6 min readChapter 4

Trasformazione

Il XX e l'inizio del XXI secolo hanno presentato al Monte dei Paschi di Siena una serie di profonde trasformazioni, sfidando il suo modello storico e costringendo a significativi cambiamenti strategici. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'Italia entrò in un periodo di rapida industrializzazione e crescita economica, noto come il "miracolo economico italiano". Monte dei Paschi, ormai un'istituzione nazionale ben consolidata, si adattò espandendo significativamente la sua rete di filiali e modernizzando i suoi servizi per soddisfare le esigenze di un'economia più complessa e urbanizzata. Durante il boom del dopoguerra, il PIL dell'Italia crebbe notevolmente e la banca ampliò la sua offerta per includere finanza aziendale, servizi d'investimento e banking internazionale, superando il suo tradizionale focus sul credito agricolo e sul risparmio. L'espansione vide la sua rete di filiali crescere da poco più di 200 negli anni '50 a più di 1.000 entro la fine del XX secolo, soddisfacendo una crescente domanda di credito al consumo, mutui e finanziamenti specializzati per piccole e medie imprese (PMI) che alimentavano l'economia nazionale. Questo cambiamento strategico rifletteva un'evoluzione più ampia da un'istituzione orientata al risparmio e di diritto pubblico a un'entità bancaria più diversificata commercialmente.

Un momento cruciale arrivò nel 1995 quando, in linea con le tendenze più ampie nella privatizzazione bancaria italiana, l'istituzione fu trasformata in una società per azioni, Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. Questo cambiamento strutturale, imposto da decreti legislativi italiani come la Legge Amato (1990) e la successiva Legge Dini (1994), mirava a modernizzare e rafforzare il settore bancario italiano in previsione dell'integrazione economica europea. Pur mantenendo un ruolo significativo per la sua fondazione benefica (Fondazione Monte dei Paschi di Siena) – che inizialmente deteneva una partecipazione di controllo superiore al 50% – questo segnò un definitivo distacco dal suo status di diritto pubblico secolare. La privatizzazione, che includeva un'Offerta Pubblica Iniziale (IPO) nel giugno 1999 che attirò significativi investimenti istituzionali e al dettaglio, mirava a migliorare l'efficienza, attrarre capitale privato e posizionare la banca per una maggiore competitività nel mercato finanziario europeo in evoluzione. Questo periodo vide un marcato spostamento nella governance verso obiettivi più orientati al commercio, dando priorità ai rendimenti per gli azionisti e alla capitalizzazione di mercato, sebbene ancora influenzato dal suo patrimonio fondazionale e dalla supervisione della Fondazione.

Le sfide aumentarono rapidamente all'inizio del XXI secolo. La crescente consolidazione all'interno del settore bancario europeo, stimolata dall'introduzione dell'Euro e dall'integrazione dei mercati finanziari europei, significava una maggiore concorrenza da parte di attori internazionali più grandi e agili come UniCredit e Intesa Sanpaolo, che si stavano espandendo aggressivamente. I cambiamenti normativi, in particolare con l'avvento dell'accordo di Basilea II a metà degli anni 2000, richiesero sistemi di gestione del rischio significativamente più sofisticati e un aumento dei buffer di capitale. Queste normative richiesero investimenti sostanziali in infrastrutture di conformità e tecnologia. Internamente, la banca affrontò pressioni per ottimizzare le sue operazioni, ridurre i costi e migliorare i suoi rapporti di capitale per soddisfare i nuovi standard internazionali. Allo stesso tempo, l'ascesa del banking online e delle piattaforme mobili richiese investimenti considerevoli in infrastrutture IT, servizi digitali e sistemi bancari core moderni per rimanere competitivi e soddisfare le aspettative in evoluzione dei clienti in termini di comodità e accessibilità.

Forse il cambiamento strategico più significativo e problematico si verificò nell'ottobre 2007 con l'acquisizione di Banca Antonveneta da Santander. Questa acquisizione, valutata circa 9 miliardi di euro, mirava ad espandere la presenza geografica di Monte dei Paschi, in particolare nelle regioni più ricche e dinamiche economicamente del Nord Italia (Veneto ed Emilia-Romagna), e a diversificare la sua base clienti aggiungendo le oltre 900 filiali e 2,5 milioni di clienti di Antonveneta. Monte dei Paschi, consigliata da aziende come Merrill Lynch e JPMorgan, pagò un premio sostanziale, stimato in circa 2,5 volte il valore contabile di Antonveneta, per assicurarsi l'affare. Tuttavia, gli analisti del settore e le indagini successive rivelarono immediatamente preoccupazioni riguardo al prezzo di acquisizione e alla salute finanziaria sottostante di Antonveneta, che era stata rapidamente rivenduta da Santander dopo averla acquisita come parte di un'acquisizione più ampia di ABN AMRO. Questa transazione, finanziata in gran parte con debito, esercitò una pressione immediata e severa sui rapporti di capitale e liquidità di Monte dei Paschi proprio mentre la crisi finanziaria globale stava iniziando a svilupparsi, diventando un punto focale di future difficoltà finanziarie e controversie.

La crisi finanziaria globale del 2008-2009 esacerbò le vulnerabilità della banca, in particolare la pressione sul suo bilancio derivante dall'acquisizione altamente indebitata di Antonveneta. Il successivo rallentamento economico portò a un aumento dei prestiti non performanti (NPL), specialmente dal portafoglio recentemente acquisito. Le successive crisi del debito sovrano europeo (2010-2012) impattarono ulteriormente la banca, date le sue sostanziali partecipazioni in obbligazioni sovrane italiane, il cui valore si deprezzò bruscamente durante i periodi di stress di mercato. Questi gravi shock esterni, combinati con significativi problemi di governance interna, comprese le accuse di cattiva gestione e la rivelazione di transazioni derivati opache (come "Alexandria" e "Santorini", avviate tra il 2006 e il 2008), progettate per mascherare perdite e rafforzare artificialmente il capitale, portarono a un rapido deterioramento della sua salute finanziaria. Il rapporto lordo dei prestiti non performanti della banca aumentò drammaticamente, raggiungendo un picco intorno al 35% nel 2016, ben oltre la media delle banche italiane o europee.

In quanto banca italiana sistemicamente importante, Monte dei Paschi affrontò gravi carenze di liquidità e capitale, necessitando di molteplici interventi governativi e salvataggi per prevenire il suo collasso. Nel 2009, ricevette il suo primo aiuto statale sotto forma di 1,9 miliardi di euro in cosiddetti "bond Tremonti". Ulteriori ricapitalizzazioni e supporto statale seguirono nel 2012-2013, con 3,9 miliardi di euro in "bond Monti" che furono successivamente convertiti in capitale, rendendo il Tesoro italiano un azionista significativo. Nonostante queste iniezioni, la posizione di capitale della banca rimase precaria, fallendo ripetutamente test di stress europei rigorosi. Nel 2017, dopo che gli sforzi per garantire una soluzione guidata dal mercato si rivelarono infruttuosi, il governo italiano lanciò una ricapitalizzazione precauzionale di 5,4 miliardi di euro. Questo comportò una conversione obbligatoria di obbligazioni subordinate in capitale, imponendo significative perdite agli obbligazionisti come parte delle regole di "condivisione del carico" dell'aiuto statale dell'UE. L'intervento vide il Tesoro italiano diventare il maggiore azionista della banca, detenendo infine circa il 68% delle sue azioni, ri-nazionalizzando effettivamente una parte significativa dell'istituzione.

Nonostante queste profonde difficoltà, la banca tentò costantemente di adattarsi. Piani di ristrutturazione furono implementati sotto l'attenta supervisione della Commissione Europea, mirati a ridurre drasticamente i costi, rafforzare il capitale e dismettere attivi non core. Il piano di ristrutturazione 2017-2021 mirava a una significativa riduzione del rapporto lordo dei NPL a meno del 5% entro il 2021, in particolare attraverso iniziative come il Progetto Siena, un programma di cartolarizzazione progettato per smaltire circa 26 miliardi di euro in NPL lordi entro il 2020. La banca avviò anche ampie misure di riduzione dei costi, inclusa la chiusura di centinaia di filiali (riducendo la rete da oltre 2.000 a circa 1.400 entro il 2020) e una sostanziale riduzione della forza lavoro attraverso schemi di pensionamento anticipato. Iniziative di trasformazione digitale furono avviate simultaneamente, comportando significativi investimenti nella modernizzazione dei suoi sistemi bancari core, nello sviluppo di nuovi canali digitali e nel potenziamento dei servizi di mobile banking per migliorare l'efficienza operativa e l'esperienza del cliente in un panorama finanziario sempre più digitale. Tuttavia, la portata dei suoi problemi e l'intervento continuo dello stato italiano, che divenne il suo maggiore azionista dopo la ricapitalizzazione precauzionale del 2017, significarono che la sua trasformazione fu prolungata e complessa. Questo periodo di intensa sfida e significativo supporto statale segnò la trasformazione più drammatica dell'azienda, alterando fondamentalmente la sua struttura proprietaria e la sua direzione strategica mentre cercava di ripristinare la sua stabilità finanziaria e riconquistare la fiducia del mercato.